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Diario


4 giugno 2004

Bush fiancheggiatore dei terroristi

Ennesima giravolta dalla Casa Bianca, sempre più kissigeriana. Per un anno, con sprezzo del ridicolo, i consulenti/ispiratori della guerra irachena non hanno perso editoriale per segnare a penna blu la parola “Resistenza” e correggerla con “Terroristi” - e la parola “Occupazione” con “Liberazione”- in ogni angolo cartaceo della galassia. Ricordo un paio di trasmissioni della Rai in cui questa riscoperta del Politicamente corretto si è spinta fino al linciaggio dell’avversario, tacciato di intelligenza linguistica con il nemico. Ora il Capo supremo smentisce se stesso e i suoi sodali a Washington, sbugiardando un anno di cazzate. Hanno ragione gli insorgenti a opporsi agli occupanti. Anche lui l’avrebbe fatto. Per questo ce ne andiamo. L’intervista a Paris Match stacca la spina alla dottrina neocon, in data 3 giugno 2004. Un corpo di idee agonizzanti che i più versatili ideologi del mondo non sono riusciti a rianimare, sei mesi di tentativi. E come? non c’era cura e si sapeva dall’inizio. Né la somministrazione tardiva di Onu né il riannodato dialogo transatlantico sono rimedi proficui per questi liberal assaliti dalla realtà ma non troppo che per finzione o dolo inventano e spacciano per l’oro del diritto naturale il piombo della guerra di liberazione. Falchi a metà, pressappochisti nella ricostruzione di un paese che non capiscono come non capiscono il resto del mondo, convinti come sono che ogni landa sia un’America o un Israele in potenza, i neoconservatori hanno letto Tocqueville ma non l’hanno capito. (Non hanno capito Strauss, eppure molti sedevano ai suoi corsi a Chicago, a seguire le scrupolose ma faziose autopsie del maestro su Maimonide e Averroè). Ora che il disastro di un governo Brahimi (ma l’Onu non era la fonte di ogni male?) prende corpo, i neoconservatori ce lo dicano cosa faremo quando, fra due anni, gli iracheni si faranno consigliare chi votare da Muqtadà al-Sadr e dagli altri gagliardetti della resistenza che l’ennesimo flip finirà per creare. A sto punto non era meglio Chirac, l’originale?




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18 maggio 2004

La "resistenza" e la Resistenza

Quanto mi incazzo quando sento ripetere che la maggioranza degli iracheni non ha nulla a che fare con le insorgenze irachene, che siamo solo di fronte a milizie terroristiche scatenate contro il loro popolo. I terroristi da una parte e “gli iracheni” dall’altra. È talmente ovvio che gli iracheni vogliono la pace - a questo punto qualunque pace. I critici della guerra, che come me si trovano oggi in bilico fra la perseveranza e la disperazione, non avanzano l’ipotesi improbabile di un intero popolo terrorista o quella ancor più assurda di una "resistenza" di massa. È davvero buffo che i più fieri sostenitori del "popolo iracheno", che sarebbe schierato per la libertà contro il terrorismo, siano gli stessi che quando si tratta di raccontare la Resistenza italiana dipingono un paese diviso dalla guerra civile. Non è così oggi come non lo era allora. Quando gli alleati sbarcarono in Italia gli italiani non si divisero in fascisti e antifascisti. Furono le élite a dividersi. E dietro a loro si divise un minuscolo numero di persone molto motivate e politicizzate. Gli italiani parteggiarono per il partito della sopravvivenza. Non mancarono eroismi da entrambe le parti, è vero. Ma il popolo italiano nel suo complesso badò al sodo: sopravvivere. Com’è normale che sia. Il punto quindi non è se la maggioranza degli iracheni partecipi alle insurrezioni o le condanni. Il punto è quale delle due élite oggi sul campo possa dimostrare le migliori credenziali. È più affidabile la Cpa o la rete del terrore? I miliziani sadristi o le truppe occidentali? La notizia di oggi è che il presidente di turno della Cpa è stato ucciso in un attacco suicida e un agguato era in programma anche contro il grande ayatollah al-Sistani. Mentre gli occidentali si fanno smerdare dalle truci direttive del dottor Rumsfeld. Do per scontato che nell’Iraq di oggi gli occidentali rappresentino i partigiani iracheni e i sadristi (e al-Qaida) rappresentino i nazifascisti. Ma temo che gli iracheni, come gli italiani di allora, abbiano scelto da che parte stare seguendo il criterio più sicuro: l’affidabilità.




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22 aprile 2004

European Graffiti

Non un altro, ma lo stesso Muro che ha sfinito due generazioni di berlinesi. Il muro che ha tenuto noi altri rinchiusi nel vanto stupido del parente ricco (verso l’Est; quando cominceremo ad ammettere la spocchia verso i polacchi o i russi, e il gusto nel vederli poveri, il piacere piccoloborghese nello sfilare benvestiti davanti al pubblico albanese?). Il muro che ci ha tenuti nella bambagia del complesso di superiorità verso i rozzi e ineducati yankee che intanto pagavano il conto (facendoci firmare montagne di cambiali, certo); quel muro a quanto pare è ancora in piedi, e Zapatero ce l’ha in testa quant’è vero che Schroeder ce l’ha in casa. È un’Europa cresciuta scarabocchiando quel muro di arguzie controculturali e simili invenzioni da Peter Pan di borgata, sentendosi fica, invincibile, insomma col culo parato (una ragazzina viziata con la maglia firmata che sfreccia particolarmente odiosa sul suo cinquantennio cabinato) l’Europa che oggi si ritira dall’Iraq contro l’America e contro l’Onu. Non lo fa perché aveva ragione. Lo fa per la nostalgia compulsiva del mondo semplificato in cui è cresciuta, in cui ha conosciuto il primo amore e poi ha trovato l’anima gemella, ora persa. La Guerra fredda insomma è rimasta come il Grande freddo delle teste di sinistra ossia delle teste che non erano rimaste a casa. Ma quelli che oggi predicono e sperano nell’umiliazione americana, nel retrobottega del loro ciarlare salottiero credono e sperano pur sempre che l’America sia onnipotente. Per loro è solo un gioco di società al riparo di uno scudo stellare e di un grande orecchio che certo ci sono, lassù, e osservano e ascoltano e in fondo li proteggono dalle loro doverose, insignificanti ribellioni. Beata gioventù.




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13 aprile 2004

Un buon Espresso

Per la terza volta in tre settimane, perfettamente d'accordo con Pansa.




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9 aprile 2004

Il Tremonti-pensiero. Oggi.

Da Repubblica.it: Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, uno dei primi a sollevare l’allarme Cina, ieri ha spostato il mirino verso la sinistra. Intervenendo alla trasmissione Radio Anch’io , Tremonti ha infatti attaccato i governi passati. L’ingresso della Cina, attraverso il Wto (l’organizzazione del commercio mondiale), è «un errore storico della sinistra, lo dobbiamo a Fassino e a D’Alema che ci hanno fatto entrare la Cina in casa; siccome sono stati comunisti dovevano diventare mercatisti». Che poi la Cina sia il primo finanziatore del debito Usa non c'entra niente. Che la politica della Bank of China sia indispensabile per tenere basso il dollaro, neppure. La colpa è dei "mercatisti" D'Alema e Fassino. Quest'uomo è perduto.




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9 aprile 2004

Blair ha letto la Fallaci (e si ricorda di Pym Fortuyn)/1

Anellidifumo e Sferapubblica dissentono dalla Fallaci e tacciano me e lei di occidentalismo fondamentalista. Negano che una guerra ci sia stata dichiarata, riferendosi all’innegabile realtà che il 95% dei musulmani non ne vogliono sapere niente del Jihad, vogliono solo vivere in pace e farsi gli affari loro. Hanno ragione (anche se il 5% è una cifra allarmante se proiettata su uno o due miliardi di persone) ma la questione è molto più complessa di come pare a loro. L’accusa più frequente alla Fallaci è quella di non distinguere l’islam dal fondamentalismo islamico, fare di tutta l’erba un fascio e seminare odio. Queste critiche sono comprensibili, seminare odio è irresponsabile, ma non tengono conto della natura del totalitarismo come lo ha descritto, per esempio, Hannah Arendt: ”L’organizzazione del governo totalitario potrà essere descritta dall’immagine della cipolla: nel centro della quale, quasi in uno spazio vuoto, si trova il capo. Quale che sia la funzione di questi (integrare il corpo sociale, come una gerarchia autoritaria, o opprimere i sudditi, come un tiranno), egli la compie dall’interno (…). Tutte le innumerevoli parti del movimento: le organizzazioni collaterali extra-partitiche, le varie associazioni professionali, gli iscritti al partito, la burocrazia del partito, le formazioni di élite e i gruppi paramilitari sono reciprocamente in una relazione tale da costituire, a seconda del punto di vista, la superficie o il centro della cipolla: cioè, rispetto a uno strato costituiscono il normale mondo esterno, mentre rispetto a un altro rappresentano il radicalismo più estremista. Il grande vantaggio del sistema è di fornire a ciascuno strato del movimento, nonostante il regime totalitario, la finzione di una realtà normale e, insieme, la convinzione di differenziarsene ed essere più radicale. Così i simpatizzanti riuniti nelle organizzazioni collaterali, portavoci di convinzioni che si distinguono da quelle degli iscritti al partito solo per l’intensità, circondano l’intero movimento, e in quanto privi di fanatismo e di estremismo presentano al mondo una illusoria facciata di normalità, e nello stesso tempo costituiscono il mondo esterno normale nei confronti del movimento totalitario, i membri del quale vengono indotti a credere che l’unica differenza tra le loro convinzioni e quelle degli altri sia una differenza quantitativa. In tal modo, questi ultimi non dovranno mai prendere atto dell’abisso fra il mondo artificiale in cui vivono e quello reale che li circonda. La struttura a cipolla rende il sistema organizzativamente inattaccabile dall’urto della realtà effettiva.” (Che cos’è l’autorità) Lo scopo di Arendt era spiegare un fatto contrario a ogni logica: che il nazismo avesse conquistato l’intera Germania, che tutti i tedeschi (bé, quasi tutti) avessero collaborato alle malefatte del regime. Io credo che la Fallaci pensi qualcosa di simile dell’islam oggi. E mi pare che la somiglianza della struttura di potere sia incontestabile. Ciò non fa di tutti i mussulmani dei fondamentalisti. Rende però controproducente distinguere un islam buono, da appoggiare, e un islam cattivo, da combattere, perché rafforzare lo strato esterno renderebbe solo più forte quello più interno. Ecco perché le mille richieste specifiche e minute, dal diritto alla poligamia (nella forma della “tolleranza”) al diritto di autodeterminazione in terribus infidelium (leggi: alla non-integrazione, ossia all’autosegregazione, di cui la segregazione delle donne è la seconda potenza) all’asilo politico (accordiamo il diritto d’asilo a persone perseguitate per ragioni politiche dai loro governi non-democratici, è vero. Solo che spesso si tratta di criminali che vorrebbero governi ancora meno democratici, e a volte sono ricercati proprio per aver tentato di insediare delle teocrazie che imporrebbero leggi ancora più ingiuste di quelle che hanno colpito loro, compito cui si dedicano anche meglio dal loro esilio europeo. È un problema, questo, o no?); e infine, eccoci al punto, al diritto universale all’obiezione di coscienza, quel certo “diritto” che ha portato in galera i piloti israeliani che non volevano obbedire agli ordini dei loro superiori, lo stesso che talvolta rende difficile abortire perfino negli ospedali pubblici, aggirando le leggi dello Stato. Ecco perché se tutte queste rivendicazioni saranno soddisfatte avremo un islamismo più forte, non più debole. >>segue




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9 aprile 2004

Blair ha letto la Fallaci (e si ricorda di Pym Fortuyn)/2

L’altroieri Trevor Philips, presidente della Commission for Racial Equality del Regno Unito e buon amico di Blair (c’è da giurarci: il Guardian paragonerà Blair a Chamberlain), ha dichiarato che il multiculturalismo è datato perché “it encouraged ‘separateness’ between communities” e che oggi è “urgent to assert a core of Britishness because we are now in a different world from the 1960s and 1970s.” Philips ha la memoria corta. Fatta eccezione per il Terrore, il mondo degli anni Duemila è identico, nella sostanza, a quello degli anni Sessanta e Settanta, tant’è vero che proprio allora in America si scatenò la più cruenta delle Guerre Culturali, nelle università, contro il pericolo rappresentato dal Revival Etnico (specie islamico ma non solo) che insanguinò gli atenei mischiando la sacrosanta protesta contro la guerra del Vietnam con le deliranti teorie sulla superiorità della razza africana e del suo profeta Maometto. John Rawls, il liberal che negli Anni ‘70 scrisse “A Theory of Justice” ci sbatté il grugno quando un manipolo di filosofi dimostrarono che le sue tesi presupponevano una società liberale, erano in realtà incompatibili con la società multiculturale. Come risposta, ipotizzò quel genere di “liberalismo politico” cui i liberal dei nostri tempi sembrano fare riferimento. Un modello del dialogo fondato su un nucleo comune di credenze condivise limitate alla sfera politica. Bene, quel modello ha funzionato con molte religioni, dall’induismo alla santeria (alcuni diranno che le ha svuotate, proprio come il Pantheon romano svuotava le religioni conquistate; preferisco dire che ha funzionato con le dottrine “meno comprensive”, i cui elementi strettamente politici erano sacrificabili). Non ha funzionato con alcune religioni, fra cui molte sette cristiane, e alcune ideologie (i paranazisti che hanno prosperato nella campagne del Missouri all’ombra del Primo Emendamento fino all’exploit di Oklahoma City). Il multiculturalismo è impotente di fronte alle dottrine “comprensive” (il termine è di Rawls) perché in effetti non esiste alcuno spazio per l’overlapping consensus. Direbbe la Fallaci: “parlare con loro è impossibile”. Dobbiamo sbarazzarcene, metterli sui gommoni e affondarli al largo di Lampedusa? Metterli tutti dentro come gli americani coi giapponesi all’indomani di Pearl Harbour? Fargli il lavaggio del cervello come in Arancia Meccanica? Naturalmente no. Ma non ci ascolteranno, e il perché non lo spiegano solo la Fallaci e Hannah Arendt, ma anche Paul Berman (un liberal, badate bene) nel suo saggio Terrore e Liberalesimo. Il potere che li sostiene, la passione unita all’ideale dell’homo novus è incomparabilmente più forte di quello che sostiene le nostre società un po’ imbolsite. È un raggio di luce ammaliante, lo stesso che irradiava dal buio dei covi Br, dove 4 tramezzi (gli strati della cipolla totalitaria) tenevano in caldo il nucleo dell’ideologia. Eppure è diventato un luogo comune che il vaso di coccio fra l’Occidente e il sogno di un nuovo Califfato abbaside sia l’Europa. E in Europa, il Regno Unito sta messo peggio perfino della Francia. È nel Londonistan che si riunisce la Spectre islamista. È qui che si rifugiano la maggior parte dei rifugiati politici (e i mullah più assetati di sangue predicano nelle moschee senza che nessuno riesca a farli tacere in ossequio al diritto alla libertà d’espressione). Sicché dovremmo essere contenti che laggiù qualcosa si muova. Quando negli anni Novanta l’Europa ha avuto a che fare con la rinascita del neonazismo, la sua arma letale non è stata la legge, ma il potere. Come scrisse Burke, la legge infatti non ferma il potere, solo il potere ferma il potere. Fu il disgusto generale, l’opinione pubblica europea, a ricacciare i neonazisti nelle fogne, così come anni prima era stata l’opinione pubblica a sconfiggere il terrorismo, l’orrore per i loro crimini, non le azioni di polizia. L’orrore per il Terrore e il biasimo per chi li proteggeva o simpatizzava per loro.




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6 aprile 2004

La forza della Ragione

Chiedi a un tuo amico che ne pensa della cultura patriarcale, retriva e bigotta di tanta provincia italiana, specie del Sud. Ti dirà che è uno schifo inaccettabile, vergognoso. Chiedigli che ne pensa degli omologhi nella cultura islamica. Ti dirà che è “la loro tradizione” o almeno smusserà i toni, si farà pensoso, distinguerà. Il problema è tutto qui. Il senso di colpa, il retropensiero “se loro non ci sono ancora arrivati, e la colpa è nostra, dell’Occidente” soggiace a ogni discorso sulle uguali dignità delle Culture. Perciò il discorso della Fallaci di per sé è antirazzista, cioè opposto al razzismo all’incontrario di chi per dichiarare l’altro Eguale applica due pesi e due misure, una per sé (sottinteso: la Civiltà) l’altro per l’eguale (sottinteso: la Barbarie). Si tratta di un ragionamento in apparenza pluralista e multiculturalista, di fatto eurocentrico quanto e più di quello che vuole confutare. Di fatto, comunque, la questione fondamentale è quella demografica. La Fallaci trova una continuità ideologica fra il Jihad e l’invasione, l’occupazione della terra europea. Non mi interessa se la teoria possa resistere a una critica approfondita: mi basta ipotizzare che, potendo, i musulmani d’Europa imporrebbero la S’aria anche qui. La mia risposta è sì. Lo farebbero perché l’islam non distingue fra legge e dettame coranico, al massimo si sforza di adattare il secondo alle circostanze storiche. Gli stessi cosiddetti “musulmani laici” non fanno che questo: cercano di dimostrare “che cosa davvero dice il Corano”; ma come insegna Spinoza, esistono dei limiti a quanto si può far dire a un testo rivelato. E infatti nessun paese musulmano è mai stato retto da un governo laico che non fosse un regime militare (compresa la Turchia). Quello che manca nell’islam è la legittimità di una fonte integralmente umana. In Occidente invece c’è, l’abbiamo strappata alla Chiesa con mille sforzi e ce lo dobbiamo tenere caro. Ora, entro il 2020 gli ebrei saranno la minoranza dei cittadini israeliani. A quel punto i giochi saranno fatti. Ma noi qui abbiamo un po’ più di tempo.




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2 aprile 2004

La Passione di Cristo

Non l'ho visto ma mi piace. E soprattutto mi piace Porta a Porta speciale Cristo. C'è un ebreo messo in croce fra uno scrittore frocio fedele fino al martirio, un monsignore che nega che i gesuiti siano mai stati un po' cattivi con gli ebrei, Claudia Gerini e Rosalinda Celentano che dice più cazzate di suo padre. Poi c'è un servizio sulla Sindone. Mi piace questo cristianesimo d'assalto. Non nuovo, lo so. Sono anni che alcuni autori veramente cristiani (anche geniali come Sergio Quinzio) vanno ripetendo che la fede o è carne o è merda, o è sangue o è piscio. Adesso abbiamo l'una e l'altro in quantità. E fanculo al volemose bene del politicamente corretto, qui è un obbligo all'apostolato, una sfida netta, chiara e definita. Tirare giù le parentesi di Spinoza, tracciare una linea sul sagrato e dire chiaro e tondo che cosa bisogna credere per esserlo, cristiani. Il fatto, insomma, la passione. E poi la promessa: la resurrazione nella carne per i puri di spirito. Viva la faccia.




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30 marzo 2004

L'Europa

Un complesso di inferiorità complicato da un complesso di colpa.




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